Il disServizio Pubblico di Luisella Costamagna

Quando nell’estate del 2011 fu cacciata in modo piuttosto brusco da “In Onda” su La7, per essere sostituita da Nicola Porro, la mia solidarietà fu tutta per Luisella Costamagna. In quella circostanza, la considerai, soprattutto nel suo essere donna, vittima sacrificale del narcisismo di Luca Telese. Fu un grave errore: primo, perché il programma traeva forza, e faceva ascolti pur nella stagione estiva, proprio dalla diversità di caratteri del duo di conduzione; secondo, perché al suo posto è stato chiamato uno come Porro, che è supponente più di Telese e Costamagna messi assieme.

La prima tranche stagionale di Servizio Pubblico, programma di Michele Santoro che ospita uno spazio fisso curato da Luisella Costamagna, mi ha indotto però a qualche riflessione sulla giornalista piemontese. Non essendoci più l’ego non proprio modesto di Telese cui dar la colpa, i limiti e i difetti del suo modus operandi sono emersi in maniera abbastanza evidente. Se ne è avuto un primo assaggio col flop del suo programma “Robinson”, andato in onda nella scorsa stagione televisiva su Rai3. L’algida Luisella non è riuscita a dare una identità e un’impronta al programma, rimediando pure qualche cazzotto dialettico quando, con fare da bacchettona, ha provato ad incalzare con le domande i suoi ospiti, come accaduto con Mara Carfagna, esempio politico più che deplorevole, ma che in quella circostanza dette l’impressione di cavarsela televisivamente meglio nel confronto.

ImmagineAll’interno di Servizio Pubblico, che da un paio d’anni ha abbandonato l’impostazione “caciaronesca” stile “L’Arena” di Giletti, il ruolo e i modi della Costamagna sembrano inadeguati, quando non addirittura palesemente inutili. E tutto sommato è un peccato, perché si vede che dietro c’è tutto un lavoro di studio e meticolosa preparazione dei contenuti da parte di Costamagna. Santoro è costretto a darle spazio nell’ultimo blocco di trasmissione, spezzando il filo di un discorso che dovrebbe naturalmente volgere alle conclusioni sul tema della puntata, dopo due ore di diretta. Per far posto a cosa? Nel corso delle puntate, a mio modesto avviso, il giornalismo di Luisella Costamagna ha mostrato almeno 3 limiti:

– Le sue domande hanno una durata variabile tra i 30″ e i 2′ e 30″. Ciò porta a pensare che il momento focale risieda marzullianamente più nella domanda che nella risposta, relegando quest’ultima al mero rango di accessorio opzionale, perché tanto l’importante è scagliare la freccia intinta nel veleno. Anche perché con domande di siffatta lunghezza, articolare una risposta può diventare impresa assai ardua, dato che nove volte su dieci il senso della domanda sfugge totalmente all’intervistato.

– La Costamagna ritiene un buon giornalismo, compiere un’approfondita ricerca sul passato dei prossimi ospiti di Servizio Pubblico per poi puntare contro di loro l’indice accusatorio rinfacciando errori e malefatte. Ora, sappiamo tutti che la nostra classe politica e dirigente ha compiuto tali nefandezze che meriterebbe senza indugio una pubblica gogna. Ma intanto il lavoro del giornalista è un altro. Che senso ha richiamare alla memoria di Flavio Briatore e dei telespettatori la sua condanna per vicende relative al gioco d’azzardo di 35 anni prima, fatto non solo noto ai più ma per il quale Briatore è stato poi riabilitato dal tribunale, avendo risarcito tutte le parti lese?Oppure incalzare Matteo Renzi, proiettato con un programma di azione di governo verso la sfida delle primarie e successivamente quella elettorale per i prossimi cinque anni, chiedendogli delle delibere comunali riguardanti il passaggio dell’Alta Velocità ferroviaria attraverso Firenze? Voglio precisare: non ho nessuna intenzione di difendere Renzi, figuriamoci Flavio Briatore. Ma è troppo comodo e strumentale tirare fuori una multa per divieto di sosta o una sbronza con gli amici in discoteca a vent’anni, con quell’aria da “maestrina” – concetto che almeno in linea di principio condivido con Briatore, pur deprecandone i modi scortesi e sgarbati con cui si è rivolto alla giornalista.

– Non solo il modus operandi di Costamagna è giornalisticamente discutibile. Senz’altro il contributo delle sue ficcanti domande al tema d’attualità oggetto della puntata di Servizio Pubblico è quasi sempre pari al nulla. Anzi, il più delle volte i suoi voli pindarici hanno il solo effetto di complicare la vita a Michele Santoro, il quale deve poi fare i salti mortali per recuperare e tirare le fila del discorso, districandosi tra l’acidità delle domande di Luisella Costamagna e le sfide al televoto alla “Amici di Maria De Filippi” della petulante Giulia Innocenzi.

E la Costamagna? Il più delle volte esce di scena con un occhio nero nonostante nell’arena di Santoro giochi in casa. Con simili contenuti, la domanda è solo apparentemente scomoda: le vittime riescono quando non a contrattaccare, quasi sempre a tergiversare; o perché ci si riferisce ad eventi talmente lontani nel tempo, la cui portata è nel frattempo diventata trascurabile, o perché sono ormai rodati e allenati a fronteggiare con un’adeguata strategia gli argomenti sgraditi a loro carico.

E il telespettatore? In quei cinque minuti di Costamagnetismo raramente ricava alcun beneficio, in termini di informazione aggiunta che può apprendere. La sensazione è invece solo quella di una inutile perdita di tempo.

Annunci

Regole e tegole

In un paese normale, innescare polemiche sulla bontà di certe regole applicate ad una competizione in corso, verrebbe bollato con una sola parola: sterile. In Italia invece da una settimana c’è un tale chiacchiericcio sulle regole delle primarie, che l’impressione è che improvvisamente siamo ormai diventati tutti degli stacanovisti delle pratiche democratiche, con buona pace del 61% di astensionismo in Sicilia. C’è che in Italia, quand’anche vengono rispettate, permane una certa difficoltà e resistenza nell’interiorizzare le norme che discendono da una regola.

Quando, leggendo un commento ad un post su Facebook, mi sono trovato di fronte all’uso dell’aggettivo “incostituzionale”, per definire l’impossibilità per chi non abbia votato al primo turno, di votare al ballottaggio, allora non c’ho visto più.

Il problema è alla radice del ragionamento ed è di tipo logico: vanno separate le due questioni, della “bontà, utilità, opportunità” di certe regole, e della possibilità di cambiarle in itinere. Possiamo ben discutere intorno alle domande “ma non ti sembrano ridicole certe disposizioni?” oppure “ti pare giusto impedire a chi non ha votato al primo turno, di votare al ballotaggio?” oppure ancora “non trovi che siano stati eccessivamente rigidi e inflessibili nel rigettare le richieste di chi avrebbe voluto registrarsi per il ballottaggio?” – personalmente sono due sì e un forse, ma ciò non ha importanza in questa sede. Ciò su cui non può e non dovrebbe esserci il minimo dubbio è il fatto che non si può pretendere che le regole pattuite per una competizione elettorale a doppio turno, ammettano deroghe o modifiche tra un turno e l’altro. Sarebbe come se un tizio che è sotto processo con l’accusa di falso in bilancio, chiedesse al Parlamento se per cortesia può, tra il primo grado e l’appello, depenalizzare il reato di falso in bilancio. Né dalla dimostrazione dell’assurdità di certe regole, se ne può inferire una giusta e legittima causa per la loro modifica. E’ il primo passo verso l’anarchia.

Renzi purtroppo, pur essendo in campo da luglio, ha preferito il ruolo di politically correct che si richiede a uno che si presenta come portatore sano di discontinuità rispetto all’inciuciona e vecchia classe dirigente, quando su certe questioni, avrebbe dovuto mostrare più riserve e dissensi e in maniera più energica e veemente. Se le regole procurano un vantaggio a Bersani, significa che glielo procuravano anche al primo turno e quindi che tutto sommato non si trattava regole scritte secondo equità. Ma lamentarsene adesso, cui prodest?

C’è così tanto da indignarsi per il respingimento di oltre il 90% delle istanze di registrazione alle primarie?No, e basta andarsi a leggere quali erano le condizioni di ammissibilità della richiesta: “dimostrare l’impossibilità per cause indipendenti dalla propria volontà, di registrarsi tra il 4 e il 25 novembre”, che è diverso dal dire “non sono potuto andare a votare perché il 25 avevo la gastrite”. Anzi, io semmai mi stupisco che una quota più vicina al 10% che allo zero sia stata dichiarata ammissibile, perché con quel criterio la casistica e la statistica sfidano anche la fantasia.

Infine, per carità, lasciamo stare la Costituzione. Le primarie non sono disciplinate né dalla legge ordinaria, né tantomeno dalla Costituzione. Perché bisogna tener sempre presente che il ballottaggio di domani serve ad individuare un candidato di coalizione, non una carica pubblica. E inutile è pure citare i soliti americani: lì le primarie sono disciplinate dalla legge, secondo precise modalità frutto di una prassi consolidata sin dal XIX secolo. Non è che Obama e Biden un mese prima delle primarie si mettono a tavolino per studiare ‘o sistemone.

Buon voto!