A night in Jerusalem

“Ma dove corrono a quest’ora di sabato sera?”.

Ombre nere nella notte di Gerusalemme ci superano a gran velocità nei vicoli della Città Vecchia. Siamo appena arrivati ma non ci interessa concederci uno svago “occidentale” nei bar e nei locali tra Jaffa Road e Mamilla. Il desiderio di andare in avanscoperta notturna per girare poi con maggior cognizione di causa l’indomani si rivelerà invece l’esperienza più intensa del nostro breve soggiorno in Terra Santa.

Prima di andare avanti, per chi vuole saltare il racconto e guardare direttamente le foto, consiglio ermetico da travel blogger de’ noantri ai miei venticinque follower: fatevi una passeggiata di notte a Gerusalemme. La suggestione di quei luoghi nell’oscurità e senza avere il mondo che ti cammina addosso è impagabile.

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Un ebreo ortodosso cammina verso la porta di Jaffa della Cittàˆ Vecchia di Gerusalemme

Provenendo dal caldo umidissimo di Tel Aviv, il vento contrario mentre percorriamo il fianco delle antiche mura in direzione della porta di Jaffa ci infreddolisce. Giacca e pantaloni neri, camicia bianca, cappello a falda larga. Ad eccezione dei riccioli ai lati della testa, forse questo clima fa un po’ invidiare l’abbigliamento degli ebrei ortodossi che sciamano a gran velocità verso la porta di Jaffa. La severità, oltre che dell’abbigliamento è anche nello sguardo, come marciatori concentrati per effettuare correttamente il movimento in una gara olimpica senza incappare in una proposta di squalifica da parte della giuria. Il tramonto ha appena segnato la conclusione dello Shabbat, all’atmosfera e al ritmo metropolitano di Jaffa Road, oltre la porta d’ingresso della Città Vecchia fa da contraltare il silenzio e il vuoto del cuore antico di Gerusalemme. Dritto per dritto dalla porta imbocchiamo David Street: Gerusalemme ci inghiotte e ci trascina nelle sue viscere.

Ebrei ortodossi si dirigono al muro del pianto

Ebrei ortodossi si dirigono al muro del pianto

Perdersi è un attimo, curiosità del luogo e ignoranza della direzione fanno scendere con prudenza i gradini in pietra bianca, mentre quegli altri corrono con passo sicuro e siccome la strada si è fatta stretta se possono abbassano la testa, volgono lo sguardo altrove per non incrociare il nostro, oppure tirano fuori il cellulare e parlano – o forse fingono di parlare – tipo parlamentari incalzati dalle Iene a Montecitorio.

“Western Wall, a destra”. La freccia ci suggerisce dove stanno correndo ma non il perché. Lo avremmo capito solo grazie alla nostra guida nel quartiere di Mea Shearim, isola (o ghetto?) cultural-residenziale degli ebrei ultra-ortodossi, gli haredi, che rigettano qualsiasi interazione sociale con gli “eretici”, e poi guai a spizzare anche solo con uno sguardo le donne, ché rappresentano una pericolosa tentazione; parlano e combinano matrimoni solo tra di loro, niente social network, il cellulare, se smartphone, ha una versione ad hoc di internet con filtri e censure (sì, come in Cina) . E infatti al Western Wall, aka “muro del pianto”, il piazzale è diviso in due zone di preghiera. Nicole a posteriori un po’ rosicava perché le foto scattate nel settore maschile sono più evocative proprio a causa del riconoscibilissimo abbigliamento, Enrica ribatteva però sottolineando la maggior enfasi messa nella preghiera dalle donne (“quelle piangevano veramente”, cit.).

Giovane ebreo ortodosso in preghiera

Giovane ebreo ortodosso in preghiera

Lasciano il piazzale con la medesima fretta alla Bianconiglio con la quale erano arrivati. Tra le saracinesche abbassate, e i gatti che spulciano nei sacchi della spazzatura abbandonati alle serrande, un arabo sonnecchia seduto in strada mentre suo figlio termina le pulizie in uno dei pochi negozi aperti.

Donne ortodosse si recano all'ingresso della Basilica del Santo Sepolcro

Donne ortodosse si recano all’ingresso della Basilica del Santo Sepolcro

Pochi metri di oscurità e silenzio e un’altra creatura misteriosa vestita di nero indica che ci siamo: sotto il cartello “Holy Sepulchre”, la porticina che dà sul sagrato della Basilica del Santo Sepolcro è aperta. Dietro di noi due donne in nero, cristiane ortodosse, avanzano verso l’ingresso con passo solenne da processione e candele in mano, per chinarsi a baciare la lastra in pietra dove si ritiene che fu poggiato il corpo di Gesù Cristo dopo la deposizione dalla croce. È mezzanotte passata, non c’è quasi nessuno in chiesa. Bisogna però tenersi comunque verso il muro e un addetto ci fa segno di non restare fermi ma camminare, per non ostacolare il via vai di preti e ministri di culto che si alternano come guardie di ronda armati di incenso per non lasciare sguarnita neanche la più piccola delle cappelle.

Uno può avere fede o non credere a nulla, ma ti schiaccia il pensiero che a pochi lugubri vicoli di distanza ci siano due luoghi carichi di una spiritualità potentissima, propulsori della Storia. Una spiritualità che rimbomba nel silenzio che avvolge questi luoghi di notte, per quanto tutt’altro che deserti. E il movimento continuo in avanti e indietro che compiono gli ebrei con la testa a mo di pendolo, e il ticchettio metallico dell’incenso: sono due grandi orologi del Mondo che scandiscono attimi di tensione, come se da un momento all’altro potesse accadere qualcosa di grande e misterioso. Ma senza quel silenzio il luogo cessa quasi di assolvere alla sua funzione di ombelico del mondo, quando tutto si perde nel rumore di fondo dei gruppi organizzati, dei prezzi contrattati per qualsiasi cianfrusaglia, del profumo di kebab e spezie e nella giungla di mazze da selfie (signora mia, vabbè che uno si commuove appena giunge in Terra Santa, ma farsi scattare la foto a gattoni mentre sorridente si poggiano le labbra sulla sacra pietra, anche no).

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Un uomo pulisce la strada davanti alla sua bottega nella Cittˆà Vecchia di Gerusalemme

Quando si guadagna l’uscita dalla Città Vecchia ci si rende conto che al di là di quei bastioni il vento non ha mai smesso di soffiare. Le luci dei supermarket aperti 24/7 e il baccano dei locali svegliano dal torpore di un sogno in cui hai incontrato vari personaggi vestiti di nero assorti in preghiera. E tu che eri uscito solo per fare due passi in esplorazione pensi: “Che strano questo posto, dove un muro e una lastra di pietra sono simboli iconici e universali di amore mentre qualche chilometro più in là un muro e le pietre sono strumenti atti a dividere e offendere”.

 

IPhone 6s/Eos 650d+Sigma 17-50 2.8+ Canon 50mm 1.8

© 2018 – Andrea Caruso

Senza il consenso dell’autore, è vietata qualsiasi riproduzione anche in presenza di citazione.

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