Rivoluzione (In)civile

E’ la rabbia a dettare le parole di questo intervento, o forse la delusione provocata da una persona che fino a poco tempo fa consideravo una sorta di guida spirituale.

Tutto inizia diversi anni or sono tra i banchi del liceo, quando mi interrogavo sul percorso di studi che avrei intrapreso dopo il tanto atteso e (poco) temuto esame di Stato. Mi piacevano molto le materie umanistiche, ero fortemente attratto dalle lingue straniere ma la mia strada era e sarebbe stata inevitabilmente un’altra. Non fu il bonario invito di mia madre insegnante, prospettandomi un futuro da docente con anni di precariato ed una retribuzione non consona al ruolo, a farmi desistere dallo studio delle materie umanistiche, ma il diritto a stregarmi. Non proprio il diritto, inteso come insieme di norme che regolano la vita di una comunità, ma una figura che lo rappresentava: Paolo Borsellino. La sua figura ha sempre suscitato in me una certa emozione ed ammirazione sin da piccolo. Fu così che tra un documentario, una fiction ed una biografia divorata in pochi giorni decisi che la mia strada sarebbe stata quella di seguire l’esempio di Borsellino e di tutti coloro che hanno servito lo Stato con dignità, abnegazione e rispetto per le norme, molte volte bistrattate e snobbate come se fossero più un impedimento che un mezzo per migliorarci.

Tra i “fedelissimi” di Borsellino c’era un giovane magistrato che con lo stesso coraggio e la stessa tenacia ha proseguito il cammino del suo Maestro e predecessore nel contrasto della criminalità organizzata: Antonio Ingroia. Ho sempre lodato la determinazione con la quale ha svolto la professione di magistrato nel rispetto e nella difesa delle prerogative riconosciute dalla Costituzione, tutelando se stesso, i propri collaboratori ed i colleghi dalle ingerenze del potere politico. Non ho perso l’occasione, quando fu invitato nella mia città, di partecipare ad un incontro di presentazione di un suo libro sulle intercettazioni, inevitabile e preziosissimo strumento per la conduzione delle indagini penali, ed in particolar modo in materia di criminalità mafiosa. La sua ineccepibilità come magistrato mi ha sempre portato a difenderlo in discussioni (anche con amici e familiari stretti), quando, in seguito a dichiarazioni rilasciate, veniva accusato di “fare politica”. In quelle dichiarazioni ho sempre creduto, certamente in buona fede, vi fosse un forte intento di difesa dell’autonomia e dell’indipendenza dell’ordine giudiziario, spesso minacciata e vilipesa da dichiarazioni di esponenti politici e proposte di legge di dubbia costituzionalità.

Qualche tempo fa iniziai a leggere sui social network e sui siti di alcuni quotidiani indiscrezioni su una possibile candidatura di Ingroia alle elezioni politiche. Va bene, può sicuramente accadere che un magistrato senta di essere più utile al paese come parlamentare, o eventualmente Presidente del Consiglio, piuttosto che come servitore dello Stato (perdonatemi l’espressione, ma mi piace particolarmente). Sarei stato disposto anche a votarlo, perché oltre alla citata ammirazione un po’, dati gli studi e la datata passione per il diritto costituzionale, mi sento “partigiano della Costituzione” e condivido l’idea di una rivoluzione civile per sanare le radici etiche e morali della nostra società. Essere “partigiani della Costituzione”, però, significa innanzitutto interiorizzarne i princìpi e rispettarli già nella vita quotidiana. Il dott. Ingroia per assumere l’impegno politico non ha lasciato la magistratura, ha semplicemente chiesto l’aspettativa al CSM. Il che, in termini più pratici vuol dire che un giorno potrà tornare nelle aule giudiziarie come se niente fosse, come se l’esperienza politica fosse solo una grigia parentesi da lasciarsi alle spalle. Che credibilità avrebbe agli occhi di avvocati, testimoni, imputati, colleghi o semplicemente dell’opinione pubblica, nel momento in cui riprende ad esercitare le funzioni giurisdizionali? Si può ancora parlare di autonomia ed indipendenza del magistrato? Non nego che, come ho scritto precedentemente, si possa lasciare la toga per la politica, o che il magistrato sia una persona completamente avulsa dalla società civile e dalle sue vicissitudini. Credo solo che nel momento in cui si assuma una determinata decisione, questa debba essere definitiva soprattutto nel rispetto del popolo, in nome del quale la giustizia è amministrata, come recita l’articolo 101 della Costituzione. Tra l’altro l’elettore medio davanti alla scheda elettorale potrebbe anche pensare: “ Ma che esperienza e competenza politica può avere Ingroia, che fino a pochi mesi fa si occupava, certo con profitto, di criminalità organizzata?”

L’inizio della sua avventura politica, poi, mi è sembrata a tratti zoppicante e degna di quel simulare e dissimulare di machiavelliana memoria, tipico del politico consumato. Un esempio su tutti è il coinvolgimento di Salvatore Borsellino, fratello di Paolo e promotore del Movimento delle agende rosse, nato per ottenere verità e giustizia sulla strage di via D’Amelio e sulla trattativa Stato-mafia, nel cui contesto quello ed altri attentati si dovrebbero collocare. Salvatore inizialmente con qualche perplessità accetta di sostenere l’amico Ingroia. Rifiuta la candidatura personale, segnalando però due esponenti del movimento, giovani provenienti dalla società civile e che più di altri potrebbero essere veicolo della rivoluzione del magistrato. I giovani vengono si inseriti nella lista di Rivoluzione Civile, ma relegati nelle ultime posizioni a vantaggio di esponenti politici. Ciò ha condotto il fratello di Paolo Borsellino, con grande delusione, a ritirare il proprio sostegno al procuratore aggiunto. Insomma, potrebbe dire qualcuno, l’ennesima figura che esibisce un curriculum con delle ottime credenziali, ma che da subito si è fatta trascinare nel teatrino della politica e già ne padroneggia i mezzi meno eleganti.

A questo punto, mi domando e dico, è possibile iniziare una “rivoluzione civile”, se già i presupposti sono discutibili?

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