Regole e tegole

In un paese normale, innescare polemiche sulla bontà di certe regole applicate ad una competizione in corso, verrebbe bollato con una sola parola: sterile. In Italia invece da una settimana c’è un tale chiacchiericcio sulle regole delle primarie, che l’impressione è che improvvisamente siamo ormai diventati tutti degli stacanovisti delle pratiche democratiche, con buona pace del 61% di astensionismo in Sicilia. C’è che in Italia, quand’anche vengono rispettate, permane una certa difficoltà e resistenza nell’interiorizzare le norme che discendono da una regola.

Quando, leggendo un commento ad un post su Facebook, mi sono trovato di fronte all’uso dell’aggettivo “incostituzionale”, per definire l’impossibilità per chi non abbia votato al primo turno, di votare al ballottaggio, allora non c’ho visto più.

Il problema è alla radice del ragionamento ed è di tipo logico: vanno separate le due questioni, della “bontà, utilità, opportunità” di certe regole, e della possibilità di cambiarle in itinere. Possiamo ben discutere intorno alle domande “ma non ti sembrano ridicole certe disposizioni?” oppure “ti pare giusto impedire a chi non ha votato al primo turno, di votare al ballotaggio?” oppure ancora “non trovi che siano stati eccessivamente rigidi e inflessibili nel rigettare le richieste di chi avrebbe voluto registrarsi per il ballottaggio?” – personalmente sono due sì e un forse, ma ciò non ha importanza in questa sede. Ciò su cui non può e non dovrebbe esserci il minimo dubbio è il fatto che non si può pretendere che le regole pattuite per una competizione elettorale a doppio turno, ammettano deroghe o modifiche tra un turno e l’altro. Sarebbe come se un tizio che è sotto processo con l’accusa di falso in bilancio, chiedesse al Parlamento se per cortesia può, tra il primo grado e l’appello, depenalizzare il reato di falso in bilancio. Né dalla dimostrazione dell’assurdità di certe regole, se ne può inferire una giusta e legittima causa per la loro modifica. E’ il primo passo verso l’anarchia.

Renzi purtroppo, pur essendo in campo da luglio, ha preferito il ruolo di politically correct che si richiede a uno che si presenta come portatore sano di discontinuità rispetto all’inciuciona e vecchia classe dirigente, quando su certe questioni, avrebbe dovuto mostrare più riserve e dissensi e in maniera più energica e veemente. Se le regole procurano un vantaggio a Bersani, significa che glielo procuravano anche al primo turno e quindi che tutto sommato non si trattava regole scritte secondo equità. Ma lamentarsene adesso, cui prodest?

C’è così tanto da indignarsi per il respingimento di oltre il 90% delle istanze di registrazione alle primarie?No, e basta andarsi a leggere quali erano le condizioni di ammissibilità della richiesta: “dimostrare l’impossibilità per cause indipendenti dalla propria volontà, di registrarsi tra il 4 e il 25 novembre”, che è diverso dal dire “non sono potuto andare a votare perché il 25 avevo la gastrite”. Anzi, io semmai mi stupisco che una quota più vicina al 10% che allo zero sia stata dichiarata ammissibile, perché con quel criterio la casistica e la statistica sfidano anche la fantasia.

Infine, per carità, lasciamo stare la Costituzione. Le primarie non sono disciplinate né dalla legge ordinaria, né tantomeno dalla Costituzione. Perché bisogna tener sempre presente che il ballottaggio di domani serve ad individuare un candidato di coalizione, non una carica pubblica. E inutile è pure citare i soliti americani: lì le primarie sono disciplinate dalla legge, secondo precise modalità frutto di una prassi consolidata sin dal XIX secolo. Non è che Obama e Biden un mese prima delle primarie si mettono a tavolino per studiare ‘o sistemone.

Buon voto! 

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PDecoubertiani

Il confronto in prima serata su Rai1 tra i due candidati al ballottaggio delle primarie del centrosinistra dà una ulteriore conferma dei meriti e della bontà di quella che speriamo diventi una pratica e un buon costume della nostra malandata politica, come già si era evidenziato all’indomani del primo turno di elezioni. Ne guadagna l’onorabilità, ammesso che ve ne sia ancora una, della politica italiana; ne guadagna il PD, che in linea di massima può sorprenderci solo se ci spiega come farà stavolta a perdere le elezioni, visto che la totale deriva del PDL viene data ormai per scontata finanche da Bruno Vespa, surreale fustigatore per contrappasso dei vari Lupi, Meloni, Gelmini e Santanchè nel susseguente soporifero Porta a Porta. Addirittura, e qui mi meriterò senz’altro qualche “buuuuu”, pare esserne uscita bene anche la RAI, che mostra, se non di sapere, quantomeno di voler ancora adempiere alla sua funzione di servizio pubblico, dopo essersi fatta sfuggire il primo  turno di playoff del centrosinistra dall’ottima SKY TG 24. Insomma tutto molto bello, da paese normale. Il problema semmai è ciò che ha mosso tutto ciò. La sfida tra Bersani e Renzi mi dà l’idea di una di quelle gare olimpiche in cui, dopo un tifo indiavolato, si tira un sospiro di sollievo perchè l’outsider o underdog italiano di turno è riuscito ad arrivare in finale e quindi andrà senz’altro a medaglia. Sfavoritissimo per l’oro, se vince gioiamo per l’impresa, se perde va bene uguale, l’argento è comunque un risultato inaspettato e prestigioso. Ricorro a questa metafora perchè ho l’impressione che il confronto abbia in larga parte tradito la sua finalità: convincere e orientare il voto degli elettori. Di voti da spostare non ce ne sono granché dal momento che la base elettorale a differenza del primo turno è nota e quella resta, così come giustamente inalterate restano le regole della competizione, a prescindere dalla loro ridicolaggine. Bisognerà al massimo confidare in una marcata – e italianissima – flessibilità da parte dei comitati nell’ammettere quelli che dimostreranno l’impossibilità di registrarsi tra il 4 e il 25 novembre. Che non ci siano elettori da convincere sembrano inconsciamente rivelarlo i candidati stessi nel loro linguaggio del corpo durante il dibattito: nessuno dei due ha mai lo sguardo dritto nella camera e parla rivolgendosi direttamente ed empaticamente ai telespettatori a casa, il busto è al più rivolto allo sfidante, la gestualità aumenta nelle battute o nelle frecciatine lanciate vis a vis all’avversario. Insomma a tratti sembrava che Renzi e Bersani stessero affrontandosi in maniera non dissimile da certi anziani al bar avvinazzati di primo mattino che sacramentano durante una mano di tressette (da leggersi come un’iperbole). La tattica impostata sul catenaccio-soft da parte di Bersani, il lessico d’antan ricco di metafore, il tono bonario e rassicuratore da vecchio zio, le prese di posizione a basso rischio, certificano la volontà di difendere il vantaggio che parrebbe rassicurante. Certo, ci sono i voti dei tre esclusi, da cui bisogna escludere quelli che hanno comunque deciso in qualche modo di dissentire votando uno degli outsider, e quelli che hanno votato per identificazione con il leader. La partita potrebbe ridursi forse a un centinaio di migliaia di voti, o qualcosa in più. Una parte che effettivamente modifica il proprio orientamento per uno dei due candidati. Ma il malloppo più grande, potrebbe venire dalle preferenze per Vendola, essendo stato giustamente rilevato che vi è una asimmetrica e imperfetta sovrapposizione tra il partito di Sinistra, Ecologia e Libertà e il suo leader. Infine, e concludo, evidenzio un punto in particolare del confronto che mi ha impressionato, che forse è passato un po’ sotto traccia e che invece potrebbe avere un suo peso. Mi riferisco alla questione alleanze, dove, nella generale vaghezza dovuta al fatto che queste dipendono dalla legge elettorale con cui si andrà a votare, Renzi credo abbia messo a segno una stoccata da taglio da punti di sutura, nel momento in cui categoricamente esclude l’eventualità di una alleanza con l’UDC di Casini. Laddove Bersani invece lascia intravedere una potenziale coalizione (durata della legislatura, un paio d’anni?) con UDC, SEL e perchè no l’IDV, sempre che ancora esista alla data delle elezioni. Ciò non implica nemmeno che Renzi, cestinato Casini, possa trovare una intesa con Vendola. Il quale con acume fa notare ad Otto e Mezzo che lui sosterrà Bersani, ma non è padrone dei propri elettori e delle loro preferenze. Spetta al segretario PD conquistarne la fiducia.