PDecoubertiani

Il confronto in prima serata su Rai1 tra i due candidati al ballottaggio delle primarie del centrosinistra dà una ulteriore conferma dei meriti e della bontà di quella che speriamo diventi una pratica e un buon costume della nostra malandata politica, come già si era evidenziato all’indomani del primo turno di elezioni. Ne guadagna l’onorabilità, ammesso che ve ne sia ancora una, della politica italiana; ne guadagna il PD, che in linea di massima può sorprenderci solo se ci spiega come farà stavolta a perdere le elezioni, visto che la totale deriva del PDL viene data ormai per scontata finanche da Bruno Vespa, surreale fustigatore per contrappasso dei vari Lupi, Meloni, Gelmini e Santanchè nel susseguente soporifero Porta a Porta. Addirittura, e qui mi meriterò senz’altro qualche “buuuuu”, pare esserne uscita bene anche la RAI, che mostra, se non di sapere, quantomeno di voler ancora adempiere alla sua funzione di servizio pubblico, dopo essersi fatta sfuggire il primo  turno di playoff del centrosinistra dall’ottima SKY TG 24. Insomma tutto molto bello, da paese normale. Il problema semmai è ciò che ha mosso tutto ciò. La sfida tra Bersani e Renzi mi dà l’idea di una di quelle gare olimpiche in cui, dopo un tifo indiavolato, si tira un sospiro di sollievo perchè l’outsider o underdog italiano di turno è riuscito ad arrivare in finale e quindi andrà senz’altro a medaglia. Sfavoritissimo per l’oro, se vince gioiamo per l’impresa, se perde va bene uguale, l’argento è comunque un risultato inaspettato e prestigioso. Ricorro a questa metafora perchè ho l’impressione che il confronto abbia in larga parte tradito la sua finalità: convincere e orientare il voto degli elettori. Di voti da spostare non ce ne sono granché dal momento che la base elettorale a differenza del primo turno è nota e quella resta, così come giustamente inalterate restano le regole della competizione, a prescindere dalla loro ridicolaggine. Bisognerà al massimo confidare in una marcata – e italianissima – flessibilità da parte dei comitati nell’ammettere quelli che dimostreranno l’impossibilità di registrarsi tra il 4 e il 25 novembre. Che non ci siano elettori da convincere sembrano inconsciamente rivelarlo i candidati stessi nel loro linguaggio del corpo durante il dibattito: nessuno dei due ha mai lo sguardo dritto nella camera e parla rivolgendosi direttamente ed empaticamente ai telespettatori a casa, il busto è al più rivolto allo sfidante, la gestualità aumenta nelle battute o nelle frecciatine lanciate vis a vis all’avversario. Insomma a tratti sembrava che Renzi e Bersani stessero affrontandosi in maniera non dissimile da certi anziani al bar avvinazzati di primo mattino che sacramentano durante una mano di tressette (da leggersi come un’iperbole). La tattica impostata sul catenaccio-soft da parte di Bersani, il lessico d’antan ricco di metafore, il tono bonario e rassicuratore da vecchio zio, le prese di posizione a basso rischio, certificano la volontà di difendere il vantaggio che parrebbe rassicurante. Certo, ci sono i voti dei tre esclusi, da cui bisogna escludere quelli che hanno comunque deciso in qualche modo di dissentire votando uno degli outsider, e quelli che hanno votato per identificazione con il leader. La partita potrebbe ridursi forse a un centinaio di migliaia di voti, o qualcosa in più. Una parte che effettivamente modifica il proprio orientamento per uno dei due candidati. Ma il malloppo più grande, potrebbe venire dalle preferenze per Vendola, essendo stato giustamente rilevato che vi è una asimmetrica e imperfetta sovrapposizione tra il partito di Sinistra, Ecologia e Libertà e il suo leader. Infine, e concludo, evidenzio un punto in particolare del confronto che mi ha impressionato, che forse è passato un po’ sotto traccia e che invece potrebbe avere un suo peso. Mi riferisco alla questione alleanze, dove, nella generale vaghezza dovuta al fatto che queste dipendono dalla legge elettorale con cui si andrà a votare, Renzi credo abbia messo a segno una stoccata da taglio da punti di sutura, nel momento in cui categoricamente esclude l’eventualità di una alleanza con l’UDC di Casini. Laddove Bersani invece lascia intravedere una potenziale coalizione (durata della legislatura, un paio d’anni?) con UDC, SEL e perchè no l’IDV, sempre che ancora esista alla data delle elezioni. Ciò non implica nemmeno che Renzi, cestinato Casini, possa trovare una intesa con Vendola. Il quale con acume fa notare ad Otto e Mezzo che lui sosterrà Bersani, ma non è padrone dei propri elettori e delle loro preferenze. Spetta al segretario PD conquistarne la fiducia.

Annunci