Teste senza Corona

Questo post nasce sull’onda emotiva di un cattivo risveglio mattutino. Colpa mia, non dovrei mai iniziare la giornata con uno scroll di timeline. O almeno, non quella di Facebook, che tuttavia ha il pregio di restituirti un certo quadro degli italiani, che – perdonate la poca modestia – quasi ti verrebbe voglia di gettare nel tritacarte il documento di identità e arruolarti nella Legione straniera. E’ davvero insopportabile leggere attestati di stima, solidarietà, richieste di grazia, arringhe difensive, analisi socio-antropologiche, sostegno vario per Fabrizio Corona. Lo so, potrei evitare certi infimi scadimenti quando scelgo gli argomenti da trattare su questo spazio.

Eppure si solidifica in me l’impressione che se da un lato in politica si sta entrando, seppur con immane fatica (e manco questa pare sia la volta buona che ce lo leviamo di mezzo) in una fase post-Berlusconi, dall’altro, il portato di venti anni di berlusconismo saranno di ben più arduo sradicamento nel sentire comune degli italiani. Italiani, le cui difese immunitarie dal germe virale dell’illegalità diffusa e socialmente comprensibile quand’anche non apertamente condivisibile e giustificata, sono, temo, ad un livello da codice rosso. “Otto anni, che esagerazione, e che avrà fatto mai!?”, “Ma perchè a lui 8 anni e i politici invece non ci vanno mai in galera?!”,  fino a quello che mi ha fatto divertire di più, ossia, “Prendetevi Berlusconi e ridateci Corona”, che se potesse, il povero Barabba, visto l’accostamento, si pianterebbe da solo e in silenzio i chiodi della croce, pur di distinguersi dai suoi posteri. Se non fosse per il manipolo di ignoranti ed esaltati adepti del fragile e posticcio mito del Corona-pensiero, sarebbe molto più facile bollare come una ridicola megalomania, la premura del ricattatore dei vip di aggiornare con degli audio messaggi il popolo dei social network sullo stato della sua latitanza. I fan in trepida attesa davanti le porte del carcere, rafforzano la convinzione che questo paese non solo non possa ma non meriti nemmeno di salvarsi.

L’epilogo della sua tragicomica fuga, ci restituisce un eroe-martire che delle contraddizioni ha fatto una ragione di vita. Umano, vigliaccamente troppo umano, nel darsela a gambe levate, ormai succube inerme del suo superomistico sé stesso, capace di sciogliersi in lacrime ma incapace di coglierne la nuda naturalezza, minacciando chiunque osi dire che le lacrime abbiano solcato il suo algido volto. Corona è la metafora vivente delle riviste che si azzuffavano per i suoi scatti: dietro quella patina lucente che tutto bello fa apparire, si cela un vacuo e spaventoso abisso di nullità. Corona è il guru di un edonismo libertario e libertino, la cui radicalità non ammette confini valoriali che non siano parametrati sui soldi, sul successo, e sul cinismo impiegato per ottenerli. Quello di Corona, è un mondo dove le regole e il loro rispetto hanno mero valore delimitatorio: da una parte, i pochi eletti dello showbiz che hanno l’autorità del proprio conto in banca per fottersene, dall’altra, i poveri stronzi costretti ad osservarle, e in quanto tali, ancora più poveri e ancora più stronzi.

Saranno giorni molto duri per Fabrizio Corona dietro le sbarre. La lotta per la sopravvivenza dovrà combatterla specialmente contro sé stesso. L’asprezza del carcere gli rivelerà che, in fondo, è soltanto un uomo, e niente di più.

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Bar del Grillo

Per chi segue con un minimo di costanza il cabaret della politica italiana, l’appuntamento in piazza con Beppe Grillo aveva ben poco dell’eccezionalità drammatica di uno “tsunami”, fenomeno meteorologico che dà il nome alla campagna elettorale del Movimento Cinque Stelle. Grillo rispetta fedelmente il suo tradizionale canovaccio degli appuntamenti con l’incazzata società civile: comico nella prima parte, con una feroce satira dedicata ai leader di questa campagna elettorale a farla da padrona, politico e leader di partito, anzi pardon, movimento, altrimenti si offendono, nella seconda. Personalmente, per quel poco che può interessare, mi fa divertire un sacco nelle vesti di comico, mentre mi dà i brividi quando si atteggia a capopopolo. Nel mezzo, c’è spazio per gaffe, spunti di riflessione, proposte interessanti, razzismo, rigurgiti autarchici e anti-globalizzazione d’antan.

Per cominciare, un paio di riflessioni che mi hanno positivamente colpito. “Siate dubbiosi, siate critici, siate curiosi!”. Niente di particolarmente originale che 2500 anni di storia del pensiero filosofico non ci abbiano già insegnato, ma che, a giudicare dal luccichio degli occhi dei sodali del movimento, ipnotizzati dal verbo del leader, non è mai superfluo ricordare e ribadire. Già, il leader. Grillo con disinvoltura vorrebbe far aprire gli occhi ai cittadini in merito alla bufala complottistica dei programmi; tanto questi programmi non li legge nessuno, “si votano i leader, le facce, non i programmi!”. Non ne abbiamo dubbi, caro Beppe. D’altronde se si votassero i programmi, e le facce fossero dettagli trascurabili, non ci sarebbe bisogno di aizzare folle in giro per l’Italia a bordo di un camper in un massacrante tour pre-elettorale. Quantomeno Berlusconi, rivela un animo “sostenibile”, limitando gli spostamenti ai vari studi televisivi di Roma (sarcasmo).

Le gaffe, si diceva. Grillo denota una scarsa conoscenza delle differenze e delle peculiarità territoriali, facendo di tutta la Campania un fas…No vabbè evitiamo il termine, immagino abbiate capito. L’elogio del pensiero pigro, disinteressato e strafottente, sintetizzabile nella massima “ch’aggia fà” secondo Grillo è ciò che ci salverà. Io invece trovo sia ciò che ci ha rovinati. “Siamo noi “napoletani” (sic) gli unici a poter mandare via i cinesi, perché siamo più bravi di loro a fabbricare falsi”: la camorra ringrazia per l’endorsement al suo sistema produttivo. “La FIAT ha sciaguratamente chiuso la fabbrica in Valle Ufita dell’Irisbus, lasciando sul lastrico centinaia di famiglie, e noi adesso dobbiamo comprare gli autobus dai turchi, ai quali l’Irisbus ha insegnato a produrli”. Al diavolo la globalizzazione, Ricardo e la sua teoria del vantaggio comparato andassero all’inferno, l’Italia può essere autosufficiente in tutto, suvvia! Occorre tagliare la spesa pubblica, su questo siamo tutti d’accordo. Bisogna ridurre la mastodontica macchina della burocrazia italia. Ok. Per Grillo la Banca d’Italia può tranquillamente rinunciare a 2000 dipendenti. E le famiglie di costoro? Il loro futuro vale forse meno di quello degli operai dell’Irisbus?

A sforzarsi di essere dubbioso, critico e curioso, le incongruenze – per usare un termine eufemisticamente dialettico – emergono eccome. E il Messia Grillo, hai la sensazione di averlo già sentito sproloquiare in qualche bar di provincia.

Rivoluzione (In)civile

E’ la rabbia a dettare le parole di questo intervento, o forse la delusione provocata da una persona che fino a poco tempo fa consideravo una sorta di guida spirituale.

Tutto inizia diversi anni or sono tra i banchi del liceo, quando mi interrogavo sul percorso di studi che avrei intrapreso dopo il tanto atteso e (poco) temuto esame di Stato. Mi piacevano molto le materie umanistiche, ero fortemente attratto dalle lingue straniere ma la mia strada era e sarebbe stata inevitabilmente un’altra. Non fu il bonario invito di mia madre insegnante, prospettandomi un futuro da docente con anni di precariato ed una retribuzione non consona al ruolo, a farmi desistere dallo studio delle materie umanistiche, ma il diritto a stregarmi. Non proprio il diritto, inteso come insieme di norme che regolano la vita di una comunità, ma una figura che lo rappresentava: Paolo Borsellino. La sua figura ha sempre suscitato in me una certa emozione ed ammirazione sin da piccolo. Fu così che tra un documentario, una fiction ed una biografia divorata in pochi giorni decisi che la mia strada sarebbe stata quella di seguire l’esempio di Borsellino e di tutti coloro che hanno servito lo Stato con dignità, abnegazione e rispetto per le norme, molte volte bistrattate e snobbate come se fossero più un impedimento che un mezzo per migliorarci.

Tra i “fedelissimi” di Borsellino c’era un giovane magistrato che con lo stesso coraggio e la stessa tenacia ha proseguito il cammino del suo Maestro e predecessore nel contrasto della criminalità organizzata: Antonio Ingroia. Ho sempre lodato la determinazione con la quale ha svolto la professione di magistrato nel rispetto e nella difesa delle prerogative riconosciute dalla Costituzione, tutelando se stesso, i propri collaboratori ed i colleghi dalle ingerenze del potere politico. Non ho perso l’occasione, quando fu invitato nella mia città, di partecipare ad un incontro di presentazione di un suo libro sulle intercettazioni, inevitabile e preziosissimo strumento per la conduzione delle indagini penali, ed in particolar modo in materia di criminalità mafiosa. La sua ineccepibilità come magistrato mi ha sempre portato a difenderlo in discussioni (anche con amici e familiari stretti), quando, in seguito a dichiarazioni rilasciate, veniva accusato di “fare politica”. In quelle dichiarazioni ho sempre creduto, certamente in buona fede, vi fosse un forte intento di difesa dell’autonomia e dell’indipendenza dell’ordine giudiziario, spesso minacciata e vilipesa da dichiarazioni di esponenti politici e proposte di legge di dubbia costituzionalità.

Qualche tempo fa iniziai a leggere sui social network e sui siti di alcuni quotidiani indiscrezioni su una possibile candidatura di Ingroia alle elezioni politiche. Va bene, può sicuramente accadere che un magistrato senta di essere più utile al paese come parlamentare, o eventualmente Presidente del Consiglio, piuttosto che come servitore dello Stato (perdonatemi l’espressione, ma mi piace particolarmente). Sarei stato disposto anche a votarlo, perché oltre alla citata ammirazione un po’, dati gli studi e la datata passione per il diritto costituzionale, mi sento “partigiano della Costituzione” e condivido l’idea di una rivoluzione civile per sanare le radici etiche e morali della nostra società. Essere “partigiani della Costituzione”, però, significa innanzitutto interiorizzarne i princìpi e rispettarli già nella vita quotidiana. Il dott. Ingroia per assumere l’impegno politico non ha lasciato la magistratura, ha semplicemente chiesto l’aspettativa al CSM. Il che, in termini più pratici vuol dire che un giorno potrà tornare nelle aule giudiziarie come se niente fosse, come se l’esperienza politica fosse solo una grigia parentesi da lasciarsi alle spalle. Che credibilità avrebbe agli occhi di avvocati, testimoni, imputati, colleghi o semplicemente dell’opinione pubblica, nel momento in cui riprende ad esercitare le funzioni giurisdizionali? Si può ancora parlare di autonomia ed indipendenza del magistrato? Non nego che, come ho scritto precedentemente, si possa lasciare la toga per la politica, o che il magistrato sia una persona completamente avulsa dalla società civile e dalle sue vicissitudini. Credo solo che nel momento in cui si assuma una determinata decisione, questa debba essere definitiva soprattutto nel rispetto del popolo, in nome del quale la giustizia è amministrata, come recita l’articolo 101 della Costituzione. Tra l’altro l’elettore medio davanti alla scheda elettorale potrebbe anche pensare: “ Ma che esperienza e competenza politica può avere Ingroia, che fino a pochi mesi fa si occupava, certo con profitto, di criminalità organizzata?”

L’inizio della sua avventura politica, poi, mi è sembrata a tratti zoppicante e degna di quel simulare e dissimulare di machiavelliana memoria, tipico del politico consumato. Un esempio su tutti è il coinvolgimento di Salvatore Borsellino, fratello di Paolo e promotore del Movimento delle agende rosse, nato per ottenere verità e giustizia sulla strage di via D’Amelio e sulla trattativa Stato-mafia, nel cui contesto quello ed altri attentati si dovrebbero collocare. Salvatore inizialmente con qualche perplessità accetta di sostenere l’amico Ingroia. Rifiuta la candidatura personale, segnalando però due esponenti del movimento, giovani provenienti dalla società civile e che più di altri potrebbero essere veicolo della rivoluzione del magistrato. I giovani vengono si inseriti nella lista di Rivoluzione Civile, ma relegati nelle ultime posizioni a vantaggio di esponenti politici. Ciò ha condotto il fratello di Paolo Borsellino, con grande delusione, a ritirare il proprio sostegno al procuratore aggiunto. Insomma, potrebbe dire qualcuno, l’ennesima figura che esibisce un curriculum con delle ottime credenziali, ma che da subito si è fatta trascinare nel teatrino della politica e già ne padroneggia i mezzi meno eleganti.

A questo punto, mi domando e dico, è possibile iniziare una “rivoluzione civile”, se già i presupposti sono discutibili?

A ciascuno il suo (simbolo)

Centosessantanove simboli – 169! – sono stati giudicati dal Ministero dell’Interno ammissibili alle prossime elezioni politiche del 24 febbraio. 169.

Potendo, piazzerei una microcamera in una cabina elettorale, per origliare i commenti degli anziani alle prese con una scheda elettorale formato Bibbia di Gutemberg, alla disperata ricerca del simbolo da votare. 169. Mi arrendo di fronte all’evidenza che ormai in questo paese non si riesce ad avere un po’ di serietà neanche quando sei sull’orlo del baratro, e quindi, coImmagineme pure testimonia la campagna elettorale da avanspettacolo di Silvio Berlusconi, tanto vale riderci su.

Adesso però non è da ritenere politicamente e ragionevolmente giustificabile chi si ostina a voler rimarcare il proprio disgusto per la politica nostrana utilizzando il famigerato mezzo dell’astensione. Eh no. Perché quello di voto è un diritto/dovere troppo importante. E allora ben venga un messaggio di protesta dall’elettorato, – che tanto sempre un favore alla Casta è – purché si estrinsechi attraverso la dispersione del proprio voto in uno dei molti e ridicoli contrassegni presentati al Viminale. Niente scuse: ognuno può disperdere il proprio voto, trovando una collocazione alternativa e perfettamente compatibile al proprio orientamento politico. In 169 simboli, c’è veramente di tutto: da quelli presenti nei libri di storia – (Nuovo) Partito d’Azione – a quelli dei libri di fantasia, tipo l’UDEUR. Gli smanettoni del pc porteranno avanti l’istanza di un “RojaDirecta Libero” attraverso il Partito degli Internettiani, mentre i romantici della Sehnsucht si raccoglieranno nel Movimento Poeti d’Azione. Partiti-ultras nel pieno rispetto della par condicio (FORZA ROMA e FORZA LAZIO), partiti-ossimoro come i “Gay di destra”, partiti dei pirati (ovviamente mi riferisco a IL VELIERO, mica al Partito dei Pirati!).

In mancanza di una robusta coalizione a sostegno dell’invasione da parte della Germania, io credo che mi allineerò ai filo-MILF: il MOVIMENTO MAMME DEL MONDO.

Memorial “Antonio Tretola”, che successo!

Di seguito, per chi non avesse acquistato IL SANNIO QUOTIDIANO lo scorso 31 Dicembre, ripropongo il mio articolo sul 10° Memorial “Antonio Tretola”, disputato a Benevento lo scorso 28-29 Dicembre. Ne approfitto per lanciare anche la fan page ufficiale su Facebook “Memorial Antonio Tretola” dove a breve verranno pubblicate anche tutte le foto realizzate dal fotografo ufficiale della manifestazione, Renato Melillo. Ci sono ancora tante copie a disposizione del libro “2002-2012: Dieci Canestri Con Antonio Nel Cuore”, quindi se lo volete fatemi sapere che faccio pure le consegne a domicilio. Ancora e ancora e ancora GRAZIE per l’eccellente riscontro dato ai nostri immensi sforzi per organizzare un’edizione degna del decimo anniversario della scomparsa di Antonio Tretola!

ImmagineSe il metro di giudizio per valutare la riuscita di un evento è dato dalla risposta del pubblico sugli spalti, allora difficilmente i ragazzi del comitato organizzatore di questo 10° memorial “Antonio Tretola” potrebbero essere più felici e soddisfatti. Non capita sovente di vedere così tanti spettatori sulle gradinate dei palazzetti dello sport beneventani partecipare, figuriamoci emozionarsi. E invece, nonostante in campo non ci fossero squadre sannite a contendersi la coppa più grande, sabato sera sulle gradinate del Palaparente il pubblico applaude, ride, fa il tifo, per poi commuoversi durante il toccante discorso di ringraziamento di Genesia De Luca, moglie del compianto dottor Antonio Tretola. Il primo che stenta ancora a crederci è il presidente del comitato organizzatore del torneo, Amedeo Piantadosi, che incassa i complimenti dei colleghi allenatori della società invitate: “Ogni anno è sempre una grande emozione, ma quest’anno abbiamo avuto tutti la percezione che ci sia stato un qualcosa in più. Vedere il palazzetto così gremito, col pubblico appassionarsi per le sfide in campo è stata più che una vittoria”.

La vittoria, quella ottenuta sul campo a suon di sudore e canestri, la ottiene l’Under 19 della Juvecaserta. Nell’equilibrata ed avvincente finale del quadrangolare, nulla può il tandem Salerno/Battipaglia, che tiene testa per 40’ ai pari età della Juve, per poi cedere nel 76-65 finale.  Sempre a condurre nel punteggio, ma mai con uno scarto rassicurante, i bianconeri trovano il break nel terzo quarto. I ragazzi di coach Dragonetto però non si arrendono e tengono sotto pressione gli avversari fino ai secondi finali, senza però riuscire a portare la gara quantomeno all’overtime. Nell’intervallo, altre emozioni le regalano i finalisti della gara del tiro da 3: Manuel Rea e Davide Granata totalizzano entrambi un 4/10 dai 6,75, ma il secondo, atleta della Scandone Avellino, si aggiudica la competizione avendo impiegato 1 secondo in meno dell’avversario. Nella finale per il bronzo invece nulla da fare per i padroni di casa dell’AP Libertà Benevento, che subiscono un altro pesante parziale ad opera dei coetanei della Scandone Avellino: 83-33 il risultato finale. A voler insistere nella ricerca di un difetto di questo decimo memorial “Tretola” si potrebbe appunto citare la magra performance dell’AP Libertà, società organizzatrice del torneo. Nessuna sorpresa e nessuno scandalo però: come annunciato alla vigilia, l’intenzione del comitato organizzatore era quella di invitare il meglio del basket giovanile campano, con la consapevolezza che il gap tecnico sarebbe andato inevitabilmente ad allargarsi a danno dei padroni di casa, unici a non partecipare alla categoria Eccellenza nei campionati giovanili. Per gli atleti dell’AP Libertà si è trattata in ogni caso di una occasione unica per confrontarsi con le migliori avversarie a disposizione entro i confini della Campania, e la batosta può servire a dare loro stimoli e motivazioni per il futuro. Il quarto posto della squadra del presidente Iovini, che pure annoverava nel proprio roster alcuni fuoriquota, concessi in prestito da altre società della provincia, dovrebbe tuttavia valere anche come monito e provocazione per l’intero movimento cestistico sannita: ad oggi, se ognuno continua ad andare per i fatti suoi, difficilmente si potrà costruire qualcosa per il futuro che non sia mediocre o modesto.

PREMIAZIONI – Nella cerimonia finale di premiazione, alla quale hanno partecipato il delegato allo Sport per la Provincia di Benevento, Giuseppe Lamparelli, Mario Collarile e Antonio Furno, rispettivamente presidente e vice presidente del comitato provinciale del CONI di Benevento, Antonio Mazzone, dirigente scolastico dell’istituto “Le Streghe” e Manfredo Fucile, presidente del comitato regionale della FIP, oltre alle quattro partecipanti e al già citato Granata per il tiro da 3, l’AP Libertà si è aggiudicata la coppa Fair Play dedicata alla memoria di Mario Pellegrini, papà del presidente del Minibasket Albatros Ciro Pellegrini. Antonino Di Pasquale e Carmine Vece, Family Banker di Banca Mediolanum, hanno premiato il “Quintetto Ideale Banca Mediolanum” dell’edizione 2012 del memorial Antonio Tretola, composto da Roberto La Sala e Paolo Sorrentino della Pallacanestro Salerno, Graziano Marallo dell’Ap Libertà, Manuel Rea e Antonio Salzillo della Juvecaserta. Il presidente del comitato regionale della FIP, Manfredo Fucile, e Amedeo Piantadosi, presidente del comitato organizzatore del torneo hanno premiato con una targa – ricordo la famiglia Tretola per questi dieci anni di storia del torneo dedicato ad Antonio. Infine, a nome del reparto di Radiologia dell’ospedale “Fatebenefratelli” di Benevento, Giovanni Venditti e Raffaele Villanacci hanno premiato la vincitrice del memorial “Tretola” 2012, il Basket Juvecaserta.

Un appuntamento di riferimento quello del torneo organizzato dall’AP Libertà che, forte del successo ottenuto anche dal libro “2002 – 2012: Dieci Canestri Con Antonio Nel Cuore”, non può non avere un futuro come ribadisce a manifestazione conclusa, il figlio del dottor Antonio Tretola, Francesco: “I numerosi complimenti ricevuti a fine torneo, riempiono me e lo staff organizzatore di orgoglio. Ringraziando tutti coloro che hanno partecipato, ci impegneremo in futuro a fare sempre meglio, spinti dalla passione per il basket e per il torneo “Antonio Tretola”.”

Di seguito il tabellino della finale 1°  – 2° posto del 10° memorial “Antonio Tretola”

PALLACANESTRO SALERNO – JUVECASERTA 65-76 (11-16, 27-36, 48-58)

PALLACANESTRO SALERNO: Sorrentino 18, Lasala 18, Fornataro 10, Nisivoccia 2, Biraglia 5, Vastola 2, Magliaro 3, Gaeta 7, Galdi, Melchionda, Barra, Ferrara. Allenatore: Dragonetto.

JUVECASERTA: Russo B. 23, Rea 18, Salzillo 16, Lamberti 5, Marini 13, Russo G. 1, Vigliotti, Leone, Palladino, Pascariello. Allenatore: D’Addio.

Andrea Caruso