L'Italiano Occidentale di Roberto Calise

Quando comincia a piovere, la cenere, goccia dopo goccia, diventa sempre più nera. L’odore acre di plastica, legno, e carta bruciata, muta. Perde la sua connotazione acida, precisa, pungente. L’acqua confonde gli odori, confonde i materiali, rendendo così i resti anneriti della Città della Scienza un unico pantano indistinguibile, un magma scuro come la pece. Il cielo, grigio, carico di pioggia, si confonde con lo scenario desolante, e ne è il perfetto sfondo. Su questo palcoscenico di colori scuri, lo stacco visivo provocato dalle tute bianche dei poliziotti della scientifica è impressionante. Lì dove un tempo alambicchi colorati facevano divertire i bimbi, non v’è più nulla di allegro. Vi sono forse tracce, poche, impercettibili all’occhio umano, che ci diranno qualcosa di più sul perché di tutto questo. Ironicamente, l’ultimo atto della pluriennale esistenza della Città della Scienza verrà compiuto dalla polizia, per l’appunto, scientifica.

Era forse destino. Del resto, un…

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Grillo, Città della Scienza e i rischi del “rogo totale”

Tra i numerosi segnali d’allarme dell’inesorabile degrado del tessuto sociale italiano, che si erode nell’ignavia generale ogni giorno più rapidamente, fino a rendere il caos un’eventualità meno remota, ne evidenzio due che, per fortuna, e se arriverete alla fine del post lo capirete, non sono in correlazione o in nesso di causalità.

Accade che il caugrillo a 5 stelle evochi scenari orwelliani per esprimere tutta la propria intransigenza – sarà poi la medesima che la base del movimento, gli eletti e l’elettorato condividono? – a un qualsiasi possibile accordo minimo di governo. Non si accontenteranno finché dal 25% non saranno arrivati al 100%, circostanza in cui non solo saranno stati tutti semplicemente mandati a casa, ma l’intero sistema partitico italiano giunga ad essere completamente polverizzato. Che si farebbe poi? Essendo venuto meno il presunto cancro dell’Italia, i partiti, il movimento può considerare conclusa la sua missione – sic – di pace ed estinguersi. Seee vabbè “ciao core”, direbbero a Roma.

Sul Foglio di Giuliano Ferrara invece, Camillo Langone sente il dovere di combattere il commiserevole pietismo che aleggia nei confronti del rogo della Città della Scienza a Bagnoli, con una provocazione tanto livorosa quanto raffazzonata da una serie di argomentazioni di discutibile pertinenza, dal titolo “Dovevano bruciarla prima” (in calce al post il link al pdf via Rassegna Stampa della Camera dei Deputati). Passi pure la critica per l’opinabile gestione finanziaria della Città della Scienza, cosa che non era celata dentro qualche capannone e solo l’azione delle fiamme ha fatto emergere. Non vivo in quell’area e non voglio cimentarmi in analisi socio-territoriali. Ma dagli argomenti di Langone, l’unica conclusione che se ne può dedurre è che lui, alla Città della Scienza, non ce lo hanno mai portato in gita scolastica, ergo difficilmente può scriverne con cognizione.

Ce li vedo proprio i piccoli napoletani disperarsi per le sorti della scienza. Manco avessero bruciato vivo Babbo Natale. E’ vero che i padiglioni […] erano frequentati pure da scolaresche, ma la gitarella fuori porta mirava alla comprensione del funzionamento di telescopi e caleidoscopi, sai che spasso

Personalmente ho un bellissimo ricordo della Città della Scienza, nonostante in terza media ci si aspettasse di andare un po’ più all'”estero” di quanto non sia distante Bagnoli da Benevento. Lì entrai per la prima volta concretamente in contatto con il comportamento della luce in una camera oscura e con le leggi della prospettiva: due concetti che se ti ritrovi poi a maneggiare una macchina fotografica, in linea di massima è utile possedere.

Alla Città della Scienza di gran scienza non se ne faceva, si faceva più che altro divulgazione scientifica […]

Mi viene da chiedere solo: embè? Trattasi di un’attività meno nobile o del tutto inutile? Insomma, riunendo questo concentrato di sciocchezze, si arriva alla conclusione, provocatoria mi auguro a questo punto, che siccome è inutile, non fa profitti, ha i debiti e sorge su un’area disgraziata, in fondo in fondo

Dovevano bruciarla prima, la Città della Scienza

Si va dunque sempre più facendo strada, e vengo all’associazione tra i due eventi, con sempre minor stupore bensì con cinico disincanto che l’unica praticabile via d’uscita sia una catartica e palingenetica pulizia: lavare col fuoco le opere inutili, circondare i vecchi della politica – e Dio solo sa poi, una volta circondati, che succede loro – via i partiti, via l’euro, e via via fino all’individuazione e all’eliminazione di un “nemico oggettivo”, nella migliore tradizione totalitaria.

Chiunque nella storia si sia azzardato a promettere di portare il paradiso in terra, forte e depositario di questo verbo messianico, si è poi adoperato solo per garantire la creazione di un inferno peggiore di quello nel quale ci lamentavamo di vivere.

http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/getPDFarticolo.asp?currentArticle=1TJNV9

4 Marzo “A modo mio”

I grandi artisti, prima di lasciarci, sempre maledettamente troppo presto, dovrebbero inserire una clausola nel proprio testamento del tipo: “Non voglio concerti-tributo. Rispettate questa mia volontà”. Quantomeno, se proprio non volessero essere così drastici, sempre nel testamento, dovrebbero sottoporre ad alcune condizioni, la possibilità di un concerto-tributo, stilando un elenco di persone ritenute idonee per l’esecuzione dei brani.

Avendo ascoltato quattro volte dal vivo Lucio Dalla, le ultime due ormai tre anni fa nella stupenda tournée insieme a Francesco De Gregori – da brividi quelle tre ore di concerto del “Work In Progress Tour” – non posso chiaramente accontentarmi di veder sul palco lo stimabilissimo Samuele Bersani, cantare da cani “Canzone”, delle cui parole custodisce peraltro la progenie. Se poi Gigi D’Alessio intona “Disperato Erotico Stomp”, a quel punto io farei aprire un fascicolo alla Procura delle Repubblica di Bologna, per oltraggio alla salma di Lucio Dalla.

Facciamo allora che il 4 Marzo lo celebro “a modo mio”, come Lucio faceva cantare al pubblico durante l’esecuzione di “Piazza Grande”.